EMANUELE
FACCIO GOFAS

VIE DI FUGA

La ricerca.
Il suicidio nelle carceri italiane rappresenta un fenomeno che ha assunto veri e propri caratteri epidemici.
“Morire di carcere” è un dossier realizzato dall'Associazione “Ristretti Orizzonti” che fa emergere una realtà drammatica e sconcertante ma al contempo che sentiamo troppo lontana, talmente al di là della nostra soglia di percezione (o di quello che decidiamo di percepire) da non sfiorarci neanche.
123 i deceduti, 52 i suicidi, 1135 i tentativi di suicidio nell'anno 2017. I dati registrano un incremento del tasso di suicidio dal 8,3% del 2008 (anno di entrata in vigore della riforma della sanità penitenziaria) al 9,1 del 2017.
Al 6 settembre, i suicidi registrati per l'anno 2018 sono 42.


Progetto: “Vie di fuga” [Stanze. Fotografie oltre la soglia].

Non c'è prigione
capace di confinare la mia immaginazione,
non ci sono sbarre
capaci di impedire alla mia mente di volare
(o al mio corpo di cadere).

Stanze fisiche, stanze mentali, perimetri reali ed immaginari ma comunque capaci di confinare, di costituire uno spazio chiuso a delimitarne un altro che diventa esterno, sconosciuto o non riconoscibile.
Barriere fisiche atte a rappresentare un netto confine tra i giusti e coloro che non lo sono più o che, forse, non lo sono mai stati; miserevoli contenitori di colpe e dei loro artefici, a volte solo presunti tali.
Stanze dalle quali non si può decidere di uscire e che diventano opprimenti gabbie, ogni giorno più strette e dalle soglie varcabili solo quando il sistema decide che quel contenitore può essere riaperto e al suo contenuto permesso di uscirne, oppure quando una di quelle esistenze trattenute cessa di vivere, troppo spesso per scelta, a dimostrazione che in vita possono esistere mali più grandi della morte.
“Vie di fuga” è un progetto ambientato nella mia mente ancor prima che nell'ex carcere di Santa Tecla, a Sanremo, ora sede del Polo Museale Regione Liguria.
L'intento non è quello di esprimere un giudizio personale sulla legittimità di un sistema che più volte ha dimostrato l'incapacità di rieducare, bensì quello di riflettere su ciò che può materializzarsi nella mente di chi è costretto ad abitare questi luoghi.
Individui spesso alienati ed in balia di loro stessi, delle loro pene, delle loro paure, delle loro colpe e dei loro incubi che, in questi spazi confinati, assumono tale forza da prendere vita e, a volte, addirittura sottrarla.
Quando il corpo è costretto per lungo tempo a rimanere immobile, incarcerato, la mente allora viaggia senza riposo, senza preoccuparsi di percorrere traiettorie sicure ma esplorando rotte lontane e capaci di scardinare quelli che sono i limiti tra il reale e l'immaginato, a volte rappresentando una preziosa opportunità di evasione psichica, altre volte spingendosi in un abisso dal quale non esiste ritorno.
La “sindrome di prisonizzazione” è quel processo caratterizzato dal divoramento del singolo individuo da parte di una realtà per lui inedita e a tal punto annichilente da non lasciare alcuna possibilità di scampo. Ogni soggetto mette così in atto, più o meno coscientemente, una serie di comportamenti atti a negare il processo stesso, finendo per isolarsi e trovando riparo in una solitudine silenziosa o aggettante verso un mondo immaginario che possa isolarlo e proteggerlo da quell'ambiente ostile, estraneo, violento.
Da questo tentativo estremo di negazione nasce un viaggio individualistico e viscerale nel quale le pareti di pietra vengono scomposte, frammentate ed infine demolite per tornare poi, finalmente, a lasciare intravedere una luce. Un flebile riverbero generato da un ricordo che fornisce un'estrema ed effimera via di salvezza, un'ultima opportunità di intravedere, come in un miraggio, uno scorcio della vecchia vita che non sarà più.
Il miraggio poi inizia a sfumare e il processo di “spersonalizzazione”, improvvisamente, distorce quel velo eretto a protezione del proprio Io, ed ecco allora che le immagini rassicuranti si trasformano negli incubi più cupi.
Le stanze tornano ora a stringersi sopra i corpi stanchi e sopra quelle menti ormai corrotte. Non c'è più alcuna soglia da varcare, la disperazione cancella ogni traccia di alternativa e un'unica via di evasione rimane percorribile.
Emanuele Faccio Gofas

“Ci sono molti modi di uccidere.
Si può infilare a qualcuno un coltello nel ventre, togliergli il pane, non guarirlo da una malattia, ficcarlo in una casa inabitabile, massacrarlo di lavoro, spingerlo al suicidio, farlo andare in guerra, eccetera.
Solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro Stato”. [B. Brecht].









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